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La Bottega

Dove tutto comincia: il laboratorio di Via delle Sperandie

La bottega di Argilla occupa uno spazio al pianterreno di un palazzo del Seicento, nel quartiere di Fontebranda, a Siena. Le mura in pietra arenaria restano fresche d'estate e trattengono il calore d'inverno, e questo non è un dettaglio decorativo: l'umidità costante aiuta l'argilla a lavorarsi senza screpolature nelle prime ore di mattina, quando Marco Ferrini e sua figlia Giulia aprono i battenti e trovano le forme messe ad asciugare il giorno prima esattamente nelle condizioni giuste. Non è romanticismo, è semplicemente il motivo per cui nel 2009, quando Marco decise di smettere di lavorare per conto terzi e aprire un posto suo, scelse proprio questa strada e non una delle tante cave produttive in periferia.

Lo spazio misura poco più di sessanta metri quadri, ma ogni centimetro è occupato in modo preciso. Sul lato sinistro stanno i due torni elettrici e uno a pedale, quello più vecchio, comprato da un ceramista di Montelupo Fiorentino che chiudeva l'attività. Lungo la parete di fondo campeggiano gli scaffali in abete grezzo dove le opere attendono la prima cottura, disposte per altezza e spessore delle pareti, non per estetica. A destra c'è il banco da lavoro per la decorazione, con i pennelli ordinati per misura e i pigmenti in vasetti di vetro etichettati a mano.

L'argilla: da dove viene e perché importa

Argilla lavora principalmente con due impasti. Il primo è una terracotta rossa proveniente da un'azienda estrattiva della Val d'Orcia, a circa quaranta chilometri da Siena. Ha una grana medio-fine, regge bene la formatura a mano e cuoce tra i 980 e i 1020 gradi senza deformarsi, il che la rende adatta a piatti, brocche e oggetti destinati a un uso quotidiano reale, non da mensola. Il secondo impasto è un gres grigio chiaro acquistato in lastre pronte da un fornitore tedesco, usato quasi esclusivamente da Giulia per le sue serie più recenti di vasi dalla parete sottile.

La scelta dell'argilla non è mai casuale. Marco racconta che nei primi anni comprò da quattro fornitori diversi, cercando di capire come lo stesso tipo di cottura producesse risultati diversi a seconda dell'origine del materiale. Alla fine ha tenuto due fonti stabili e non le cambia, perché variare significa ricominciare a calibrare gli smalti, i tempi di asciugatura e le temperature del forno. È il tipo di conoscenza che si accumula lentamente e non si trasferisce su un foglio.

Il processo: dalle mani al forno

La formatura avviene in tre modi a seconda del pezzo. Al tornio si lavora la maggior parte della produzione corrente: tazze, ciotole, basi per lampade. La tecnica a colombino, con i rotoli di argilla sovrapposti a spirale, serve per le forme più irregolari o di grande dimensione che il tornio non consente di centrare bene. La lastra, infine, viene usata per i piatti piatti e per certi pannelli decorativi su commissione.

Dopo la formatura ogni pezzo asciuga lentamente, a volte per una settimana intera se le pareti sono spesse. La prima cottura, chiamata biscotto, porta il forno a 950 gradi in circa otto ore. Si tratta di un forno elettrico da 120 litri acquistato nel 2014, abbastanza capiente da contenere una produzione di trenta-quaranta pezzi medi per infornata. Dopo il biscotto arriva la smaltatura, fatta per immersione o a pennello secondo la porosità del pezzo, e poi la seconda cottura che sale fino a 1060 gradi. Tra una fase e l'altra passano giorni, a volte settimane. Non c'è modo di accelerare senza compromettere il risultato finale.

Giulia e i nuovi indirizzi della bottega

Giulia Ferrini ha lavorato tre anni a Bologna prima di tornare a Siena nel 2021. Aveva studiato design del prodotto e poi si era fermata in una piccola manifattura ceramica in via Rizzoli, dove aveva imparato a gestire grandi lotti e a pensare in termini di serie ripetibili. Tornando in bottega ha portato quella logica e l'ha mescolata con il modo di lavorare di suo padre, che è quasi opposto: pezzo per pezzo, senza modelli rigidi.

Il risultato è una convivenza produttiva curiosa. Marco continua a fare oggetti in terracotta rossa con decorazioni in ossido di rame e manganese, riconoscibili dal colore caldo e dalle pennellate abbastanza libere. Giulia lavora il gres con smalti monocromi, spesso bianchi o verde salvia, e cura una piccola linea di tazze da caffè che vende anche a due bar del centro storico di Siena. Non sono pezzi identici, ma si assomigliano abbastanza da formare una famiglia visiva coerente.

Commissioni e lavoro su misura

Una parte significativa del lavoro di Argilla arriva da commissioni private e da qualche progetto per ristoranti o negozi. Nel 2022 la bottega ha realizzato sessanta piatti fondi per un'osteria di Montalcino che voleva qualcosa di riconoscibile e non acquistabile da catalogo. È stato un lavoro lungo tre mesi, tra prove di smalto, discussioni sulla dimensione del bordo e due infornate di test prima di arrivare alla versione definitiva. Marco dice che le commissioni di questo tipo sono quelle che insegnano di più, perché obbligano a risolvere problemi concreti con un interlocutore preciso davanti.

Chi vuole commissionare un pezzo o una serie può passare in bottega nei giorni di apertura oppure scrivere tramite il modulo sul sito. I tempi di consegna dipendono dal tipo di lavoro e dal momento dell'anno: in autunno e in primavera il laboratorio è più impegnato, mentre a luglio e agosto la produzione rallenta per via del caldo che altera i tempi di asciugatura. Vale la pena chiederlo prima, senza fretta.

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